Cittadinanza attiva

In questi giorni Livorno si trova di nuovo al centro dell’attenzione nazionale e ancora una volta è la tormentata vicenda dell’azienda aamps a tenere banco. I fatti sono piuttosto noti, la vicenda risale già a più di un anno fa. Con la vittoria del MoVimento 5 Stelle nella città dove Gramsci nel 1921 fondò il partito comunista e che dal dopoguerra è stata guidata dallo stesso e poi dalle sue più o meno plausibili propaggini – detto fra parentesi: che gli italiani vedano nel pd di Renzie una emanazione del partito comunista è certo un’aberrazione e sembra di solito generare scandalo nelle persone avvedute, ci si ricorda appunto di Gramsci, Togliatti, Berlinguer… ma a mio giudizio è dalla cosiddetta svolta di Salerno di Togliatti del ’44, quando il pci italiano si impegnava ad accettare una politica nazionale serva del patto di Yalta e dell’Europa dei due blocchi, ed è dal disarmo dei partigiani dopo la fine della guerra che questo partito ha cessato di rispondere alle esigenze di cambiamento che vivevano tra le masse popolari…

Dicevamo: dopo 70 anni di monopolio politico il MoVimento 5 Stelle comincia a fare i conti in tasca al passato governo e trova milioni di debiti, clientele più corrosive della ruggine, incrostazioni di interessi privati, e soprattutto una congiuntura politica esplosiva: il partito di governo e pressoché tutta la stampa italiana sono impegnati a dimostrare che dove i 5 stelle governano sono degli incompetenti. Onesti forse lo saranno, anche se il cinismo nostrano fa presto a dire che quando non hai potere è facile essere onesto, il problema è restarlo quando comandi situazioni e gestisci denaro… Tutti sono vergini prima del primo rapporto sessuale… e comunque se anche i 5 stelle sono onesti, onesto fa rima con fesso e perciò sono degli incompetenti. Nessuno si domanda però come facessero i politici della prima repubblica a collezionare ministeri tra i più disparati, saltando con disinvoltura da uno all’altro. E forse solo oggi ci accorgiamo di una realtà che è sempre stata sotto gli occhi di tutti: la clientela e il familismo non sono solo meschinità giornaliere, sono diventate criteri di governo sotto la mai smentita voce del “conflitto di interessi”.

C’è un episodio raccontato da Giovanni Cavalcanti nelle sue “Istorie Fiorentine”, storico fiorentino del 400 – da non confondere con il poeta duecentesco Guido Cavalcanti – che partecipò al Consiglio del Comune del 1423 indetto per decidere le iniziative di Firenze contro la possibile aggressione del duca Visconti di Milano. Cavalcanti afferma di aver partecipato per il desiderio di esser istruito “di come si amministravano i fatti della Repubblica”, cioè di Firenze. E poiché si accorse che dopo molto parlare l’accordo fu trovato sull’intervento di un cittadino favorevole all’armamento che però fino a quel momento invece di ascoltare dormiva, esplode in questa invettiva: “… per me si giudicò che lui, con altri potenti, aveva sopra quelle lettere, nel luogo privato e segreto, accordato e conchiuso… e com’egli mi pareva che nella Repubblica ne dovesse seguire tirannesco e non politico vivere, che fuori dal Palagio si amministrasse il governo della Repubblica… e che il Comune era più governato alle cene e negli scrittoi che nel Palagio…”. Riassunto e tradotto: qui le decisioni da prendere sono una farsa, perché si è già deciso altrove cosa fare. Se continuiamo di questo passo finiremo in dittatura e il nostro vivere non sarà più “politico”, cioè libero e responsabile. Does it ring a bell to you? Vi ricorda niente?

Questo riferimento storico a cose che forse abbiamo studiato a scuola, tra uno sbadiglio e l’altro, non vuole avere il senso consueto di sfoggio di cultura del referente. Potrebbe davvero essere il caso che avere occhi aperti per la storia ci insegni a riconoscere situazioni paradigmatiche di un popolo con una storia come il nostro. Non solo la vicinanza geografica, ma appunto l’analogia storica potrebbe dirci che oggi ci troviamo ad affrontare problemi che già una volta hanno costellato la nostra storia e che forse adesso possiamo affrontare altrimenti. La previsione del Cavalcanti era infatti già cronaca di tutti i giorni e la famiglia de Medici già si apprestava a chiudere questa epoca con la più o meno velata dittatura chiamata Signoria.

L’Italia adesso viene da un altro percorso. Viene dalla faticosa e già problematica costituzione della Stato nazionale, grazie alla sua mancanza di senso civico è stata artefice di una ideologia e di una pratica politica, il Fascismo, che ha imbestiato il mondo per tutto il 900; ha realizzato un tardivo sviluppo economico per poi subito dopo essere coinvolta in quella crisi energetica prima e poi geopolitica che hanno sconvolto il concetto stesso di stato sociale e di identità nazionale. Ha vissuto un’epoca di terrorismo politico senza eguali in Europa, dove pure molte analogie con la cronaca di questi tempi si potrebbero trovare.

Eppure, oggi, nell’epoca della globalizzazione dei mercati e delle forme di sovranità, dove usi prese da cucina importate dalla Cina e il tuo paese vende armi ai terroristi a cui ha dichiarato guerra, forse quei ricordi ‘letterari’ parlano di una storia vicina, se adesso capiamo di nuovo il valore della parola cittadino, una persona intera nucleo di mille convergenze reali e immaginarie, soggetto di interessi e di progetti, legato a un territorio e alla sua storia, capace con la parola e il discorso di comunicare idee e sentimenti, problemi e soluzioni. Non è un caso che l’epoca dei Comuni sia stata anche quella del cosiddetto Umanesimo, del culto della lingua e della lettera. E’ perché esisteva una repubblica, un’idea di Comune a cui si partecipa e che occorre giornalmente arricchire, è perché i cittadini avevano da prendere decisioni e dovevano prenderle insieme che la parola aveva acquisito tutto questo significato. Già per le poleis greche dell’antichità era stato lo stesso.

Ebbene, in questi giorni, a Livorno, ma in realtà già da tempo in molte altre città italiane, si sta riscoprendo la partecipazione, l’interesse comune per cui si entra anche in conflitto con altri cittadini. Le decisioni che verranno prese forse non saranno le migliori in assoluto, ma saranno democraticamente stabilite e rispettate da tutti. Le poche centinaia di dipendenti aamps, che in modi spesso discutibili hanno cercato di difendere i loro interessi e che negli anni in cui si maturava la rovina della loro azienda stavano a guardare, si ricordino domani di essere così agguerriti anche nei confronti del diritto allo studio, quando questo viene negato, del diritto alla salute, quando questa è troppo cara per molti, del diritto all’acqua da bere, a una terra sotto i piedi da calpestare o coltivare, del diritto all’asilo politico e all’ospitalità quando ti vengono negati. Comunque vadano le cose forse una cosa l’avranno imparata: il diritto al lavoro non si afferma rinunciando alla propria dignità di cittadino.