Chi è Isis

Su la Frankfurter Allgemeine, il principale giornale conservatore tedesco, è uscito alcuni giorni fa un articolo dello scrittore Leon de Winter sul fenomeno Isis dal titolo indicativo: “Nel nome della spada”. Si tratta di un’analisi psicologica di stampo freudiano, che vede in Isis un rigurgito di barbarie con cui l’occidente non può in nessun caso venire a patti. In questo, l’autore e il giornale stesso, si pongono sulla linea al momento ufficiale dell’occidente, che ha deciso di affrontare la questione come al solito con le armi. L’idea di affrontare questo fenomeno storico-politico con categorie psicologiche mi è parsa molto interessante e vorrei proporne qui brevemente un’altra versione, che conduca invece alla necessità del confronto con il terrorismo islamico.

Una lettura psicologica in generale non può pretendere di dire una verità ultima e alternativa ad altre, ad esempio di tipo storico, economico ecc. È semmai un’utile integrazione delle altre prospettive soprattutto perché pone su un piano comune osservatore e osservato, entrambi dotati per definizione di una psiche e quindi analizzabili in modo analogo. C’è poi un altro motivo importante in questo caso: qui abbiamo a che fare con comportamenti individuali e collettivi volontari e quindi motivati, non paragonabili a quelli “massificati” su cui la psicologia si esercita spesso con la statistica e il marketing. In altre parole, il fenomeno che abbiamo davanti è riassumibile nella seguente domanda: come è possibile per un individuo e un gruppo trovare motivazione all’azione nella guerra e nel terrore?

L’autore dell’articolo citato non si pone questa domanda e affronta la questione in un modo che certo è condiviso e reperibile tra i difensori della guerra a ogni costo. “Questi uomini”, scrive de Winter riferendosi a Isis, “hanno eliminato ogni ostacolo civilizzatore e possono abbandonarsi ai loro bisogni e impulsi più primitivi. Poiché sono completamente privi di sentimenti e riducono altre persone ad oggetto di piacere e sottomissione, hanno raggiunto lo zenit della loro potenza sessuale e possono comportarsi apertamente come bestie.” Lo stampo freudiano di questa analisi mi sembra evidente. La psiche umana avrebbe in sé pulsioni erotiche e di morte che solo un lungo periodo di civilizzazione ha potuto costringere nelle sue maglie. Piuttosto che vedere in questo un motivo di “disagio”, come capitava a Freud, l’autore preferisce vedervi una virtù, ciò che costituisce l’uomo occidentale in positivo. Noi occidentali avremmo raggiunto questo faticoso traguardo, i terroristi di Isis rappresenterebbero una regressione dalla civiltà, una forma preistorica di umanità.

Quali conclusioni sono da trarre secondo l’autore? “I loro motivi [di Isis] si sottraggono alla nostra comprensione” anche quando vengono abbracciati da “giovani uomini con solide prospettive future, che abbandonano una formazione professionale e il matrimonio per combattere una guerra in cui la decapitazione della vittima, la sua ultimativa umiliazione, diviene rito di iniziazione.” Le loro stesse motivazioni, di carattere politico e religioso, non sarebbero da prendere sul serio: “Questa gente”, conclude l’autore, “non ha bisogno di un programma religioso o politico. No, si tratta solo del bisogno di violentare e distruggere. La nostra cultura ha un nome per questo: il Male.”

Mi sono dilungato un po’ con l’esposizione di queste tesi perché credo che siano alla base dei moventi che oggi – solo oggi? – spingono i più all’odio di questo nuovo nemico, meglio sarebbe dire: alla creazione del Nemico. Ora, a mio giudizio è possibile condurre un’analisi psicologica di questo fenomeno che giunga a considerazioni opposte e ponga anche le premesse per una soluzione – la parola è forse un po’ azzardata – del problema del Nemico. Intendo riferirmi al contributo offerto dall’altro fondatore della psicologia del profondo, lo svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961).

La differenza di base da Freud è nella sua concezione dell’inconscio. In generale, riconoscere l’esistenza dell’inconscio non ha niente in sé di oscuro: significa solo ammettere che spesso non conosciamo i motivi delle nostre azioni e che possiamo ingannarci sulle ragioni che diamo a noi stessi. La linea di Freud, semplificando estremamente, è che sia possibile portare questo inconscio alla superficie, renderlo consapevole e che questa consapevolezza possa mitigare o sublimare l’inconscio stesso. La coscienza e la cultura sarebbero una sublimazione delle nostre pulsioni erotiche e di morte, una specie di addomesticazione, che costella tutti i progressi e le sconfitte dell’umanità. A queste pulsioni e alla loro incompatibilità con la coscienza sarebbe da ricondurre il contenuto stesso dell’inconscio, cioè il rimosso. Ciascun individuo avrebbe il suo carico individuale di pulsioni inespresse e inesprimibili, frutto del conflitto per raggiungere lo stadio razionale e l’integrazione sociale.

Secondo Jung invece esiste sì una libido ma non come pulsione erotica bensì come astratto fattore motivazionale che troviamo sempre mescolato con elementi simbolici e più in generale culturali. Questo significa che non c’è mai una causa ultima dei nostri comportamenti, ma che abbiamo sempre a che fare con interpretazioni simboliche di situazioni che sono condizionate, da una parte, dalla tradizione culturale collettiva, e dall’altra, dalla loro interazione con la visione del mondo dominante nel presente. Ogni comportamento umano è un prodotto culturale, interpretazione, il più delle volte inconsapevole, sia di un sostrato simbolico condiviso (i cosiddetti valori) che delle strategie correnti per affrontare la realtà.

La teoria dell’archetipo di Jung come “dominante” e “matrice” di determinati comportamenti fa riferimento al fatto – puramente ipotetico – che ci siano situazioni-base nella storia dell’umanità che sempre di nuovo vengono simbolicamente interpretate. A questo fa riferimento anche de Winter quando parla di rito di iniziazione per l’ingresso nella società adulta, nel caso di Isis l’ingresso nella comunità combattente islamica. Ora, è la natura schiettamente collettiva del nostro patrimonio simbolico, testimoniato nei miti e nelle religioni, che fa dell’individuo un essere dal comportamento condiviso. Per tutti gli uomini si pone il problema del passaggio dalle relazioni familiari a quelle sociali. Per ogni individuo si pone il problema del rapporto personale con una dimensione sociale e cioè interindividuale. Queste e altre situazioni base, non ultima il confronto uomo donna, stanno alla base della produzione simbolica che chiamiamo cultura. Tutto sta nel come ogni cultura sa affrontare queste sfide.

Da quanto detto si capisce che la parola inconscio, come motore del simbolico e della motivazione, non è niente altro per l’uomo che la sua stessa immaginazione, le sue intuizioni e la capacità di collegare le percezioni più disparate tra di loro. Una dimensione però che Jung ci invita a pensare come dotata di indipendenza dalla coscienza e di libertà di azione rispetto ad essa. Questo sarebbe testimoniato in primo luogo dai sogni e dalle fantasie diurne, ma soprattutto da un dato specifico che Jung non si stanca mai di richiamare: il suo carattere compensatorio. L’inconscio agirebbe sulla coscienza in funzione del suo equilibrio quando questa si faccia solo utilitaristica, finalizzata, univoca. Ogni condizione di questo genere, e come secondo Jung è la nostra attuale, comporta compensazioni inconsce di contenuto opposto.

Ora, la mia impressione è che la prospettiva di Jung ci aiuti a capire quanto di comune abbiamo con Isis e perciò anche quanto ci possa distinguere. Il motivo della guerra fratricida ha una lunga tradizione nell’occidente come guerra per una giusta causa, sia nella versione teologica: con la nostra Guerra Santa (Crociate) e l’”evangelizzazione” dei nuovi continenti, e poi con le guerre civili in Europa tra protestanti e cattolici; sia nella versione filosofica propria dell’illuminismo con la Rivoluzione Francese e poi quella Bolscevica e Nazionalsocialista. Fede e Ragione, naturalmente al maiuscolo, sono state le due “Deità” che l’occidente ha maggiormente cantato e poetato e a cui ha sacrificato più di ogni cosa se stesso.

La nostra attuale posizione nel mondo come paesi occidentali è di non esser ancora riusciti a trovare un’alternativa vivibile a questi due mostri, anche se parlando di Stato laico ci sembra di aver detto la più ultima e definitiva delle verità. “Le magnifiche sorti e progressive” dell’occidente sono naufragate in due guerre mondiali e sembrano prometterne una terza. Privilegiamo un uso della tecnica che è controproducente e masochistico, per usare solo degli eufemismi, e ce ne facciamo per di più esportatori in tutto il mondo. Abbiamo un sistema economico basato sullo sfruttamento e che non consente né il benessere collettivo né la promozione sociale. Come nel Medioevo, se nasci povero, muori povero, a meno che tu non sia disposto a divenire un colluso (uno di partito) o un criminale (un mafioso).

Se tutto questo accadesse senza una adeguata compensazione della nostra componente istintiva e simbolica dovremmo veramente dirci spacciati. Quello che dunque ci viene incontro e che sembra minacciarci con Isis non è niente altro che un fenomeno compensatorio del nostro stato di sviluppo unilaterale, personificato adesso in un esercito di combattenti fanatici. Aver rinchiuso il nostro fanatismo nella superstizione dilagante, negli stadi e nelle periferie delle città non è servito. Questo fanatismo ritorna dove le nostre città pullulano di nuovi nemici “neri”, se ancora non li abbiamo ridotti a schiavi nelle nostre campagne. Questo nemico ci si manifesta ancora nella percentuale di suicidi che riguarda i paesi europei maggiormente in crisi come Italia e Grecia, ma anche nei suicidi delle personalità famose, che evidentemente degli obiettivi raggiunti nella loro vita e apprezzati da tutti, come la ricchezza e il successo, non hanno saputo che farsene. Dobbiamo invece imparare a fare i conti con il nemico che cova e agisce innanzitutto in noi.

Quello che ci viene incontro con Isis, e ancor prima con Hitler, Stalin, Bin Laden, ecc. è quello che abbiamo rimosso – quello che Jung chiama “l’Archetipo dell’Ombra” -, è la nostra storia che ancora vive in noi e che vorremmo dimenticare. Saper venire a patti con loro significherebbe aver finalmente trovato contenuti alternativi a quella tradizione sanguinaria e imperialistica che ancora ci costituisce.