Allons enfants de la Patrie

Premessa

Pochi giorni fa è stata trasmessa l’ultima puntata, prima della pausa estiva, del programma satirico ‘Die Anstalt’ del canale tedesco ZDF. Nell’ultimo sketch intitolato “L’altalena dei mercati” i due cabarettisti tedeschi Max Uthoff e Claus von Wagner bacchettano la politica e l’industria tedesca per i modi con cui trattano gli altri partner commerciali europei… Due comici descrivono con un’efficacia ed una chiarezza disarmante l’economia tedesca ed i rapporti di forza all’interno della UE. Non ricorrono a chissà quale sotterfugio emozionale, utilizzano semplicemente l’arte della commedia per spiegare anche al cittadino più sprovveduto quale è la realtà. In 10 minuti demoliscono anni di supercazzole di politici ed economisti prezzolati del mainstream eurista.

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Paesi membri UE contributori/percettori netti (periodo 2007-13)

Tra la fine del 2016 e nel corso del 2017 si sono tenute alcune importanti tornate elettorali all’interno dell’Unione Europea: elezioni presidenziali in Austria, politiche in Olanda e presidenziali in Francia. Trattasi di tre nazioni molto diverse per storia, dimensioni ed economia, ma accomunate dall’entrata nel 1999 nell’Eurozona che, purtroppo, viene spesso confusa ed accomunata all’Unione Europea. Con l’adozione dell’Euro nei tre paesi, tutti contributori netti della UE anche se in maniera diversa, si è registrato un peggioramento della crescita media % annua del PIL reale rispetto al precedente decennio: l’Austria è passata dal 2.63 all’1.61, l’Olanda dal 3.06 al 1.51 ed, infine, la Francia dall’1.85 all’1.40. Il dato dell’Italia è drammatico: si passa dall’1.41 allo 0.30. In Grecia si sta sperimentando, invece, la decrescita infelice dell’Altra Europa tsipriota e del Fondo Monetario Internazionale…

Tasso di crescita del PIL reale dei Paesi dell’Eurozona (periodo 1990-2015), fonte: FMI

La media dei paesi aderenti all’Euro nel 1999 è passata dal 2.87 all’1.76 e questo sfata un altro falso mito, particolarmente radicato, che la moneta unica sia stata un gioco a somma zero nel quale alcuni paesi ci hanno guadagnato perché sono stati bravi facendo le riforme ed altri ci hanno perso perché sono stati cattivi ed incapaci, ma il Sistema è rimasto in equilibrio. Nooo!!! L’Eurozona si è rivelata inefficiente, nel complesso, causando la perdita annua di un punto % di crescita economica dal 1999 in poi. Ed il dato dell’Eurozona attuale, con tutti i paesi aderenti dopo il 1999, è addirittura peggiore: si passa dal 3.27 al 1.67.

Elezioni presidenziali austriache: il voto nei singoli distretti politici

Queste tornate elettorali erano considerate particolarmente importanti, perché si tenevano dopo la Brexit e l’elezione di Trump, eventi completamente inattesi in quanto i sondaggi si erano rivelati totalmente fallaci. A bocce ferme si può dire che l’unico Paese dove il fronte euroscettico aveva concrete possibilità di vittoria era l’Austria dove Norbert Hofer (Partito della Libertà Austriaco – FPO) aveva vinto il primo turno e poi si è dovuto rivotare due volte al secondo turno per via di macroscopici brogli elettorali che avevano portato all’annullamento delle elezioni del 22 maggio 2016, vinte dall’ambientalista Alexander Van der Bellen per soli 31,026 voti. Si è rivotato il 4 dicembre 2016, dando così il tempo di organizzare il solito fronte di tutti i partiti del Sistema contro l’FPO euroscettico. Il risultato finale è stato 53.8% a 46.2% con il voto di Vienna determinante. L’FPO ha, però, vinto nella maggioranza dei distretti politici.

Elezioni politiche olandesi: ripartizione dei seggi

In Olanda l’alta affluenza alle urne (circa l’80%) ha portato ad una forte frammentazione politica. Il partito euroscettico di Geert Wilders (PVV) ha preso il 13,1% e guadagna 5 parlamentari in più, risultando la prima forza a Rotterdam: un buon risultato, ma lontanissimo da quell’affermazione che i media europei (non quelli olandesi) hanno continuato a paventare. I Popolari (VVD) del premier uscente Mark Rutte si sono riconfermati partito di maggioranza relativa, anche se hanno perso 8 seggi, ma molti di meno rispetto al -14 dei sondaggi. I laburisti del PvdA, partner di minoranza del governo di coalizione con l’VVD, prendono una batosta storica, scendendo al 5.7% e perdendo 29 seggi. E’ un dato molto significativo che si riproporrà anche in Francia e che è così facile da comprendere, tranne da chi fa politica nella cosiddetta sinistra di governo europeista: i partiti di sinistra nascono storicamente per difendere gli interessi dei lavoratori a reddito fisso (stipendiati e salariati). L’adesione entusiastica all’Eurozona e la sua difesa ad oltranza da parte dei partiti della sinistra di governo li condanna al loro stesso suicidio elettorale. Infatti esiste un nesso funzionale (e non casuale) tra austerità e monetona unica: l’Euro è un regime di cambi fissi senza redistribuzione di reddito, e che pertanto, in presenza di shock esterni, richiede svalutazioni interne via austerità per gli aggiustamenti competitivi. Quindi taglio dei salari e precarietà spinta con flessibilità a livelli inauditi, impossibilità per lo Stato di portare avanti politiche espansive per rilanciare la domanda interna, taglio dei servizi per contenere la spesa pubblica.

Chi paga, alla fine, una crescita economica dimezzata? I ricchi ed i liberi professionisti che tradizionalmente votano partiti centristi o liberali (migrando su questo asse a seconda della convenienza) o la classe media ed i lavoratori dipendenti? Per ora l’Olanda rimane, comunque, un Paese “ricco” con una crescita media annua dell’1.51%, ma il problema esiste ed inizia ad essere percepito nell’opinione pubblica, anche se non è stato ben focalizzato. Per cui il voto di sinistra si è traslato sui Verdi, partito post ideologico.

Risultati elezioni presidenziali francesi: secondo turno

In Francia il Sistema dei poteri forti ha avuto tutto il tempo di organizzare un’astuta operazione di marketing politico con la creazione del movimento “En marche!” e lanciando la novità di Emmanuel Macron, prodotto del vivaio Rothschild, in funzione anti Front National e Marine Le Pen. Ma anche qui i numeri dimostrano che la Le Pen non ha mai avuto possibilità concrete di vittoria: è stata creata una efficace bolla mediatica, basata sulla paura, per mobilitare trasversalmente tutti i partiti tradizionali contro la forza euroscettica. La Le Pen tra il primo ed il secondo turno ci ha messo del suo e, nel tentativo di accattivarsi il voto dei gollisti, è apparsa non più tanto convinta dell’uscita dall’Euro e più orientata ad un approccio negoziatorio con Unione Europea e BCE, insomma una Tsipras in versione destrorsa… Non dimentichiamoci, sempre, che l’Unione Europea nasce da un asse franco-tedesco. L’approccio politico della Le Pen, studiato per affrontare avversari tradizionali come Fillon o Hamon, è risultato inefficace contro la spumeggiante marketing comunicativo di Macron. Durante tutta la campagna elettorale il FN e la Le Pen non sono riusciti, tanto per dirne una, a produrre una info-grafica decente che spiegasse agli elettori il nesso funzionale tra Euro e politiche di austerità imposte dai trattati europei. Per farsi un’idea di chi è Macron mi limito a riportare queste sue eloquenti dichiarazioni del dicembre 2012: “Le misure prese in Europa da molti paesi del sud sono buone a contenere il default ma non lungimiranti… In Italia hanno pensato soltanto a riformare le pensioni senza allargare i tagli alla vera fonte di tutti mali. Servono tagli e riforme serie a sanità, scuola, pubblica amministrazione. L’Italia è incapace, nonostante tutto, di avviarsi verso una svolta liberale. Incapace di staccarsi dalla morsa statalista.
Alla fine anche Mario Monti si è rivelato meno riformatore del previsto, ma è colpa della vecchia concezione italiana di politica che lega le mani a tutti. Anche ai più volenterosi.

La valutazione che mi sento di fare, dopo queste tre elezioni è la seguente. Purtroppo il limite politico degli euroscettici è che, oltre alla storia ed alla caratura personale dei loro leader (sui quali aleggia sempre il dubbio della loro tenuta nel momento topico), attualmente sono tutte forze variegatamente di destra identificate in maniera dispregiativa, dal mainstream, col termine “populiste”, con un passato a volte di estrema destra fuori dall’arco costituzionale (come il FN), verso le quali la reazione, quasi un riflesso condizionato, di molti elettori moderati e di “sinistra” è di natura pregiudiziale, il rifiuto a prescindere senza nemmeno leggerne i programmi. Ragionare su schemi classici è più semplice ed anche più gradito, perché è un modo consuetudinario che non mette in discussione il proprio quadro di convinzioni e di valori. E’ sempre molto difficile ammettere di essere stati manipolati, anche se in buona fede.

Le forze reazionarie del Capitale (quelle che per mantenere i propri privilegi non hanno disdegnato le svolte autoritarie nel secolo scorso), oramai transnazionali ed euriste, prima hanno sfruttato i partiti tradizionali col finto gioco dell’alternanza, poi avendoli decotti sono passati alla gestione diretta selezionando un proprio candidato in dress code, pompato all’unisono su ogni media, come elemento di novità e discontinuità e portato in meno di un anno sulla poltrona di Presidente della Repubblica francese. Anche qui la sinistra di governo, rappresentata del Partito Socialista, è quasi scomparsa, orfana anche del presidente uscente Hollande, che vista la mala parata ha deciso di non ricandidarsi… La prima volta nella storia della Quinta Repubblica!!!

Creare, pertanto, un fronte democratico euroscettico trasversale, che identificherei col termine “patriottico”, è cosa complicata. Non esiste né un modo di destra né un modo di sinistra di uscire dall’Euro e dalla gabbia dei trattati UE, ma ragionando su schemi classici questo, purtroppo, sta accadendo e ciò porta alla dispersione delle forze contro un nemico terribilmente forte e consolidato che, però, non viene percepito come tale e che si avvantaggia dalla classica contrapposizione destra vs sinistra. E’ poi oggettivamente più facile a destra ragionare in termini identitari nazionali, più difficile a sinistra dove si è cresciuti con l’internazionalismo mondialista e non si riesce a percepire cosa è invece il globalismo, vedasi ad esempio uno dei suoi corollari cioè l’immigrazione senza limiti e controlli volto alla sostituzione etnica dei lavoratori nazionali per creare un esercito industriale di riserva privo di coscienza di classe. Chi, in gioventù, era comunista ed ha letto Marx ed Engels dovrebbe capirlo ed, invece, è il primo a non vedere questo disegno strategico delle elité finanziarie globaliste che gongolano e si sfregano le mani quando vedono le marce come quella di Milano di sabato scorso.

Altro grande problema, a livello di comunicazione di massa, è che molta gente non percepisce l’Euro come la causa della Crisi di cui le politiche d’austerità sono l’effetto, poiché è una moneta apparentemente stabile, forte e a bassa inflazione. L’elettore medio italiano 50-60enne piddino, per ora al sicuro dalla Crisi (lui, ma non i suoi figli e nipoti) è stato bombardato per anni di propaganda terroristica sull’inflazione, sul debito pubblico e sulla liretta, instaurando un curioso complesso di inferiorità auto-razzista che lo porta a disprezzare i propri compatrioti, tanto da agognarne la sostituzione etnica di cui sopra.

Infine, per quanto riguarda il fronte interno degli euroscettici, bisogna piantarla di aspettare e sperare nelle vittorie straniere altrui (perché l’Italia, esclusa la Grecia e Cipro, è quella messa di gran lunga peggio), ma impegnarsi qui con maggiore concretezza. Il dibattito che corre sulle tastiere e sui social è importante, ma è arrivato anche il momento dell’aggregazione fisica delle persone. Non è facile in un’epoca come questa di disimpegno e diffidenza, alimentata anche da continue e recenti delusioni di natura politica. Ma è la strada da percorrere.

La democrazia o nasce dalla consapevolezza razionale, dalla presa di coscienza dei processi oggettivi in atto, o non nasce.

Post Scriptum: per completezza si riporta anche la tabella relativa ai Paesi membri della UE (compreso il Regno Unito), ma che non hanno aderito all’Eurozona. Come potete vedere nessuno di questi Paesi ha mai avuto un tasso medio di crescita del Pil reale inferiore all’1% dal 1999 al 2015 e tutti hanno, comunque, vissuto la Crisi finanziaria del 2007-2009

Tasso di crescita del Pil reale dei Paesi non aderenti all’Eurozona (periodo 1999-2015), fonte: FMI