Alla conquista della realtà

La vecchia definizione aristotelica dell’uomo come “animale razionale” nasceva in un periodo di ripiegamento civile dell’uomo greco antico. Fruttuoso quanto si vuole, a dir poco, nel caso di Aristotele, ma pur sempre ripiegamento. Un secolo lo separava dall’epoca celebrata da Tucidide con il suo discorso di Pericle, quello sulla libertà e la democrazia ad Atene – e chissà quanto durava allora un secolo… Aristotele, figlio di un medico di corte, lui stesso cortigiano del grande Alessandro Magno, doveva certo compensare questa sua condizione di sudditanza accentuando in sé e nell’uomo in generale la sua componente all’apparenza più nobile, meno pericolosa e più addomesticabile, appunto la ragione. In realtà Aristotele parlava dell’uomo come colui “che ha la parola” e cioè l’argomento, e sulle possibilità di organizzare argomenti – i sillogismi – lavorerà non poco. Fatto sta che nelle assemblee cittadine, per il ruolo che ancora potevano avere, non si argomentava con sillogismi e il suo tentativo di costruzione filosofica dell’universo poteva nascere solo all’ombra di un nuovo impero.

Quello che voglio dire con questo preambolo è che l’appello alla razionalità o l’identificazione con essa nasce sempre troppo tardi, quando cioè la realtà è già da tempo altrove… e di questa invece dobbiamo imparare ad occuparci. La fuga dalla realtà può spesso colorarsi di razionalità. Una cosa del genere doveva accadere anche al più aristotelico dei filosofi moderni, Hegel. Il suo diretto contatto con la realtà politica della Rivoluzione francese a nulla valse – o forse ne fu la vera molla? – contro il più mastodontico tentativo di razionalizzazione della realtà mondana e ultramondana – lui che considerava poco modestamente la sua “Logica” come la rappresentazione dei “pensieri di Dio prima della creazione dell’uomo e del mondo”… Nel suo caso però, a differenza di Aristotele, quando con il medioevo la sua filosofia venne assunta a struttura della Rivelazione cristiana e del Sacro romano impero, la realtà doveva dimostrarsi molto più irrazionale del previsto e Hegel fu solo per poco il padre dello Stato assoluto moderno. I due totalitarismi statuali del 900, Comunismo e Nazismo, di assoluto avevano solo l’irrazionalità e la violenza. Egli fu in realtà il padre di una forma di materialismo che per un secolo ha rappresentato la chiave di volta di ogni aspirazione rivoluzionaria, che come tale o ha fatto danni o è restata e resta aspirazione. Il resto è cronaca, il negletto liberalismo vive oggi una seconda gioventù, il vivere civile è sempre più incombenza dei cittadini, mentre gli stati continuano a fare guerre per gestire le risorse energetiche e per dimostrare la necessità della loro propria esistenza.

In questa notte della ragione non c’è vacca che non sembri nera, ammesso che si possa ancora distinguere una vacca da, che so, un gatto, e che una cosa chiamata “primarie” del Pd alla vigilia delle elezioni comunali 2016 non possa essere “il fatto del giorno”. Lo sappiamo, l’altro giorno era notizia la camicetta della Boschi, domani lo sarà il bimbo del baby-pensionato Vendola. La razionalità non è mai stato un forte degli italiani. Forse perché confondiamo la ragione con il dovere e la legge con l’imposizione? Fatto è che la nostra storia civile, dopo l’epoca gloriosa dei Comuni e la Resistenza al nazifascismo, è fatta di goduto infantilismo e di sfacciato autoritarismo. Da noi chi comanda non ha mai avuto ragione, ma ha sempre avuto il potere di imporre il suo arbitrio. Il risultato è che ciascuno è in casa propria, in senso reale e metaforico, un piccolo tiranno-legislatore e fuori di casa diventa un asservito succube e risentito, un ribelle imbelle e superficiale. Una situazione reale, il mondo, sono per lui il luogo dove ostentare quel carattere e quella risolutezza che in verità non ha e che invece sfoggia senza spesso avere la più pallida idea di che cosa deve in concreto affrontare. La conoscenza non è uno strumento di governo della realtà, ma un’occasione per far sfoggio di saccenza e di titoli. Gli altri poi non sono collaboratori e soggetti coinvolti in un problema, ma avversari e competitori nell’esibizione di personalità e di prestigio.

Forse è anche per questo che da noi la parola “conoscenza” è così desueta e fuori moda. Siamo troppo affaccendati a voler dare l’impressione di sapercela cavare in ogni situazione, affaccendati a persuadere noi e gli altri di questo, per poterci anche prendere la briga di dover verificare in concreto la validità di ciò che diciamo e di ciò che facciamo. E se da nessuna parte della vita ordinaria vale ciò che crediamo di conoscere o ciò di cui abbiamo esperienza, tanto meno potrà valere questo in quell’iperuranio chiamato vita politica italiana. Anzi, questo diventa il posto dove l’arbitrio, l’insensato, il “è così perché lo dico io!” trovano il loro apogeo. La politica diventa il luogo in cui si fanno autostrade e ponti su cui non viaggerà nessuno, si costruiscono case dove nessuno abiterà, ospedali che non avranno mai pazienti, e tutori della vita ad ogni costo chiederanno lo sterminio di immigrati…

Secondo me occorre ribadire il concetto che la conoscenza ha un valore etico, che l’onestà deve essere anche intellettuale e cioè riferita alla conoscenza della realtà. Che sono io in prima persona, se non l’artefice, almeno il responsabile della realtà che mi circonda e che dipende da me ciò che mi e le accade. In questo contesto la conoscenza NON è uno strumento per farmi valere con o contro gli altri, ma un modo per promuovere un progetto di vita, certo precario e rivedibile, migliorabile o perfezionabile, ma comunque un progetto di cui farmi carico, di cui io in prima persona posso e devo rispondere. La vita civile è una dura prova e forse non è cosa per tutti, è anche possibile pensare che votando di quando in quando si abbia pagato il proprio debito di responsabilità. E poi ci sono molte altre dimensioni in essa che non necessariamente obbligano al “redde rationem”. Il fatto è però che se non ti interessi di “politica”, è la politica che ormai da tempo si interessa di te, e il voler far finta di niente o anche l’immaginarsi che esistano “riserve” in cui poter vivere il proprio “antagonismo” al “sistema”, non fa che allontanare la soluzione dei nostri problemi.

Quando si dice che il cambiamento deve iniziare da te, non si deve pensare, secondo me, all’acquisizione di una ennesima visione del mondo che faccia apparire di punto in bianco le cose sotto un’altra luce, una specie di conversione sia essa di tipo religioso o anche “razionale” come pensa di essere l’ideologia politica “antagonista”. Non si tratta di avere la rivelazione che tutto è colpa del capitalismo o di un segno zodiacale. Si tratta invece della faticosa ma inevitabile assunzione di responsabilità per il proprio quotidiano, visto non come qualcosa che ci accade, ma che dobbiamo contribuire a determinare attraverso la conoscenza di una situazione e in vista di un progetto condivisibile. Si tratta – forse per la prima volta come cittadini – di investire la nostra realtà delle nostre conoscenze e dei nostri desideri, di costruire e plasmare un ambiente che parli di noi e testimoni quello che siamo in grado di realizzare, qui e ora, con fatica e responsabilità. Consumare beni fino a scoppiare, trovare mille accorgimenti per atteggiarsi in questo o in quel modo, per apparire forte o diverso, nascondersi dietro i torti subiti per accettare la propria rassegnazione… queste e mille altre scappatoie non daranno mai la felicità e la fierezza di chi sa fare qualcosa per gli altri, di chi sa costruire strade là dove è importante viaggiare… e sa, in ultima analisi, richiamare se stesso e gli altri a questo impegno civile di conoscenza e costruzione del mondo.